(per non esser) come bruti
Matteo Attruia (Sacile, Italia, 1973)
(per non esser) come bruti, 2024
Incisione su muro
56 x 480 cm
Donazione dell’artista e di Marina Bastianello Gallery
Polo Zanotto – Atrio
«Le parole sopravvivono ai loro poeti. Così i versi di Dante, sempre così attuali» (Matteo Attruia, e-mail a Jessica Bianchera, 9 marzo 2024). Partendo da una delle terzine più note del canto XXVI dell’Inferno di Dante («Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza», v. 119), Attruia lavora per sottrazione mantenendo solo l’espressione «come bruti» incisa nella parete. Un’azione violenta, ma contenuta all’interno dei limiti di una font essenziale e del carattere minuscolo: «scritta (h)a chiare lettere» (Matteo Attruia, e-mail a Jessica Bianchera, 9 marzo 2024). Secondo l’artista, «come bruti» emerge nel verso come l’unico accenno a un tempo presente, e per questo contrasta con «fatti non foste» (passato remoto) e «per seguir virtute e canoscenza» (futuro attualizzato) divenendo accento profetico ma non apocalittico, e per questo in grado di generare un pensiero positivo. In un viaggio tra l’arte, la parola e il concetto, l’opera definisce il senso più intrinseco dell’insegnamento dantesco affidato, in questo canto, a Ulisse: non è nella natura umana «non conoscere», operare al di fuori della ragione, chiudere la mente nell’oscurità. Ciò che definisce l’umanità, infatti, è una tensione continua e imperitura verso la conoscenza. Ponendo l’accento sull’espressione «come bruti», Attruia desidera realizzare un cortocircuito di significato omettendo la parte formativa del pensiero (la virtù e la conoscenza) per stimolare l’osservatore a tornarci attraverso un processo mnemonico automatico che fa affidamento sul radicamento culturale dell’opera dantesca. Il vero messaggio del testo, quindi, sta in ciò che non vediamo, nell’assenza, mentre ciò che resta, «come bruti», funziona da innesco.
