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Contre-Dépouille

Étienne Chambaud

Étienne Chambaud (Mulhouse, Francia, 1980)

Contre-Dépouille, 2012

Pelle di cudù maggiore, telaio

109 x 93,5 x 2,5 cm

Donazione di Anna e Giorgio Fasol – AGIVERONA

Polo di Santa Marta – Piano Interrato, Corte Est

Opera emblematica della ricerca teorica e formale di Étienne Chambaud, Contre-Dépouille fa parte di una serie omonima presentata nel 2012 in occasione della mostra Undercuts (Bugada & Cargnel, Parigi), articolata riflessione sullo statuto dell’immagine, sulla visibilità e sui regimi di conservazione del vivente. Ogni opera della serie è realizzata con la pelle di un diverso animale, tesa su un telaio dalle proporzioni che evocano la tradizione del ritratto pittorico. In particolare, la versione qui considerata impiega una pelle di kudu maggiore (Tragelaphus strepsiceros), animale emblematico delle iconografie coloniali e cinegetiche africane. Altre opere della serie impiegano, tra le altre, pelle di zebra, di cervo o di pitone, ciascuna selezionata non per la riconoscibilità tassonomica della specie, ma per il potenziale concettuale del suo rovesciamento. Ciò che accomuna tutte le opere del ciclo è, infatti, il gesto radicale dell’inversione: la superficie visibile del quadro non è mai la faccia esterna e ornamentale dell’animale – con le sue zebrature, striature o squame – ma l’interno della pelle, normalmente nascosto alla vista, privato di funzione identificativa e sottratto a ogni logica decorativa. L’operazione di Chambaud sottrae dunque la materia organica al suo statuto feticistico per reintegrarla, spogliata, nel linguaggio espositivo del museo. La superficie, privata di pattern riconoscibili, si presenta come un vuoto pulsante, un’interruzione nella catena dei segni che fondano la figurazione. 

Il titolo attiva un duplice campo semantico: da un lato, rimanda al lessico della tassidermia e della tannerie, evocando il gesto artigianale che accompagna la lavorazione e la conservazione delle spoglie animali; dall’altro, si richiama alla terminologia scultorea classica, dove il termine contre-dépouille indica la parte in sottosquadro di una forma tridimensionale, irraggiungibile da uno stampo unico e rivelatrice, pertanto, di un processo di costruzione per discontinuità e montaggio. In entrambi i casi, l’opera inscrive nel proprio dispositivo una riflessione sulla soglia come luogo dell’irreversibilità: l’interiorità esposta della pelle non consente alcun ritorno alla forma originaria, nessuna ricomposizione del corpo o della figura. 

Contre-Dépouille destabilizza così i presupposti iconici del ritratto, negando ogni possibilità di riconoscimento o di mimesi. Non si dà in essa traccia alcuna della specificità animale, se non come reliquia di un’identità perduta, mentre il gesto dell’artista rovescia il paradigma della figurazione in favore di una “figura sola”, una figura senza origine né genealogia, privata di ogni valore testimoniale. Come osserva Vincent Normand nel testo critico che accompagna l’esposizione, la figura generata da Chambaud «cesse de se constituer par l’addition des référents, mais s’invente dans le moment de leur exclusion» (cessa di costituirsi attraverso l’aggiunta di riferimenti, ma si inventa nel momento della loro esclusione). L’identità non è qui da ricostruire, ma da decostruire: l’opera si pone come soglia e insieme come ostacolo, come messa in crisi della funzione documentaria dell’immagine. In tale contesto, il telaio si fa soglia museale, lo spazio espositivo si trasforma in dispositivo di sospensione e ritrazione, mentre la pelle, priva di ogni valore ornamentale – di cui conserva solo il potenziale negato -, opera come messa a nudo del processo stesso della visione. Contre-Dépouille disinnesca il meccanismo della rappresentazione per renderne visibile l’infrastruttura: ciò che si vede è l’impossibilità di identificare il soggetto. 

Contre-Dépouille non si limita a interrogare il rapporto tra natura e cultura, ma compie un atto radicale di critica dell’ontologia dell’immagine: non vi è in essa alcuna traccia da interpretare, bensì un vuoto da abitare.