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Così fu quella volta che quasi incontrammo il dottor Isak Borg

Raffaele Luongo

Raffaele Luongo (Caracas, Venezuela, 1966)

Così fu quella volta che quasi incontrammo il dottor Isak Borg, 2020

Mobile in legno scartato, polvere di legno, fotografia in cornice di peltro, pianetto in legno con manoscritto, lettore audio, altoparlante

100 x 280 x 50 cm

Donazione di Raffaele Luongo e Galleria il Ponte, Firenze

Polo di Santa Marta – Piano Terra, Sala 1 Est

Così fu quella volta che quasi incontrammo il dottor Isak Borg (2020) è un’installazione complessa che intreccia oggetti, suono, immagine e testo in una costruzione narrativa fondata sulla memoria, sulla temporalità e sulla possibilità di correlazione tra piani differenti dell’esperienza. L’opera si compone di un mobile in legno appartenuto alla famiglia dell’artista, sul quale è collocata una fotografia in bianco e nero incorniciata, accompagnata da un piccolo cumulo di polvere di legno ricavata raschiando la superficie del mobile stesso, e da un sistema sonoro che diffonde un ambiente audio specificamente elaborato. 

Il nucleo narrativo dell’opera si sviluppa attorno a una fotografia che sembra scattata dall’interno di una Renault 4 e che raffigura un’automobile in movimento su una strada di campagna. La Renault 4 apparteneva al padre dell’artista negli anni della sua adolescenza; la vettura fotografata, invece, rimanda alla macchina del dottor Isak Borg, protagonista del film Il posto delle fragole di Ingmar Bergman, nel momento in cui sta tornando nei luoghi della propria giovinezza. Attraverso questa sovrapposizione tra esperienza biografica e memoria cinematografica, l’opera costruisce una zona di ambiguità in cui realtà vissuta e immaginario si intersecano senza mai coincidere pienamente. La polvere di legno ottenuta raschiando la superficie del mobile assume un valore fortemente simbolico: è intesa dall’artista come recupero materiale di una traccia del tempo, deposito delle azioni quotidiane compiute nel corso di decenni all’interno dello spazio domestico. In questo senso, la materia non è mero supporto ma testimonianza concreta di una storia affettiva sedimentata. L’opera si pone così in continuità con lavori precedenti, come Miei cari genitori, ancora mi attardo ragion per cui (2011), di cui costituisce un’esplicita prosecuzione concettuale. La dimensione sonora gioca un ruolo strutturale nell’installazione: l’audio è costituito da una porzione estremamente rallentata della colonna sonora della scena del film di Bergman in cui il dottor Borg ritrova il posto delle fragole; a questa si aggiungono brevissimi silenzi derivati da una partitura costruita a partire dal testo di una lettera dell’artista. Le azioni descritte nel testo vengono convertite in silenzi, trasformando il gesto narrato in struttura temporale e percettiva. Anche il colore dello spazio espositivo è generato attraverso un processo di traslazione tra linguaggio e percezione: le frequenze audio e i decibel ricavati dalla registrazione del testo recitato vengono convertiti in frequenze cromatiche, producendo una trasformazione del tempo in spazio, un procedimento che si fonda esplicitamente sulle teorie linguistiche di Benjamin Lee Whorf ed Edward Sapir (come formulato in Scritti di linguistica e antropologia, 2017), secondo cui tra linguaggio e realtà si instaura una relazione strutturale profonda. L’opera si configura così come un dispositivo di pensiero prima ancora che come oggetto: un modello che riflette sulla possibilità di mettere in relazione esperienze eterogenee -memoria personale, racconto filmico, oggetti familiari, linguaggio, suono – all’interno di una trama unitaria. In questa prospettiva, come afferma l’artista, il lavoro conduce alla realizzazione di un’impossibilità: quella di aver vissuto, seppur in forma marginale e simbolica, un frammento della storia del dottor Isak Borg.