Apologue
Masashi Echigo (Toyama, Giappone, 1982)
Apologue, 2010
Tecnica mista
70 x 130 x 140 cm
Donazione di Anna e Giorgio Fasol – AGIVERONA
Polo di Santa Marta – Piano Interrato, Corte Est
Realizzata nel 2010 durante una residenza artistica a Roma promossa da qwatz – contemporary art platform e sostenuta dalla Yoshino Gypsum Art Foundation, Apologue è una delle opere più emblematiche del progetto Stories, presentato nell’omonima mostra personale presso la galleria Extraspazio e accompagnato da un libro d’artista dal taglio diaristico. In quell’occasione, Echigo ha trasformato l’esperienza del cammino e dell’osservazione urbana in un processo di raccolta, selezione e risignificazione di materiali marginali: oggetti scartati, reperti del quotidiano, frammenti urbani. L’opera si compone di nove scocche di motorino dismesse, recuperate nelle periferie romane e aggregate in una composizione centripeta, compatta, dalla morfologia quasi vegetale o animale. Le carcasse, ormai inutilizzabili, si uniscono in una massa articolata che richiama forme naturali, come un riccio, un bozzolo o un nucleo primordiale, suggerendo un’energia trattenuta e latente. Da oggetti mobili e funzionali, queste scocche si trasformano in elementi strutturali di una forma abitabile, o potenzialmente viva, in bilico tra relitto e organismo. Il titolo, Apologue, rimanda alla forma della parabola filosofica o della favola morale, suggerendo che l’opera è portatrice di un significato implicito: non narra in modo diretto, ma allude, stratifica, attiva immaginazione e interpretazione. Come molte opere nate dalla residenza romana, Apologue rifiuta la monumentalità per farsi dispositivo di senso: precario, silenzioso, enigmatico. In linea con la poetica di Echigo, l’opera mette in atto un gesto di trasformazione discreta ma potente. Le scocche – tracce materiali di una città in movimento, ora bloccata – diventano frammenti di una possibile architettura memoriale. Non sono semplici oggetti trovati: sono corpi narranti, testimoni di passaggi anonimi, resti che diventano forma. La pratica dell’artista, fondata su un’interazione delicata con i contesti, trasforma l’atto del raccogliere in un’esplorazione poetica dello spazio urbano e delle sue storie sommerse.