Dive for Dreams
Otto Berchem (Milford, Connecticut, Stati Uniti, 1967)
Dive for Dreams , 2017
Scopa, acrilico
136 x 35 x 5 cm
Donazione di Anna e Giorgio Fasol – AGIVERONA
Polo di Santa Marta – Piano Primo, Ballatoio Ovest
Dive for Dreams è un lavoro profondamente radicato in quella ricerca tra linguaggio, arte e società che informa l’intera ricerca di Otto Berchem, noto per la sua indagine sui codici sociali e visivi attraverso le complesse interazioni tra linguaggio, architettura, storia e poesia per sfidare le percezioni convenzionali e proporre nuove interpretazioni della realtà.
L’opera consiste in una scopa con setole verdi vivaci, montata su un manico suddiviso in segmenti colorati che evocano quel “alfabeto cromatico” ideato dall’artista traendo ispirazione da fonti eterogenee come gli scritti di Jorge Adoum e Vladimir Nabokov, i design minimalisti di Peter Saville per i primi album dei New Order, e il concetto di sinestesia. Il colore diventa qui un linguaggio autonomo, uno strumento attraverso il quale Berchem destruttura immagini e simboli consolidati per reinterpretarli e attribuire loro nuovi significati. Collocata a muro in posizione capovolta, la scopa richiama un preciso immaginario, quello delle proteste contro la corruzione e le ingiustizie sociali, dove l’oggetto quotidiano viene trasformato in un potente simbolo di dissenso.
Dive for Dreams si inserisce nel contesto di una riflessione più ampia sul ruolo dell’arte nella ridefinizione di significato, invitando l’osservatore a riflettere su temi come il potere, l’identità e il cambiamento sociale. È evidente, per esempio, il riferimento alle famose Barres de boisrond di André Cadere, che consente a Berchem di richiamarsi direttamente al secolare dialogo tra la storia dell’arte e i momenti di rivoluzione culturale. L’opera si ispira, inoltre, a un verso della poesia omonima di E. E. Cummings (da cui trae il titolo), e porta avanti una ricerca ulteriormente sviluppata da Berchem in opere come Revolver (2013), in cui esplora i temi della memoria e dell’identità attraverso l’uso di un alfabeto cromatico ispirato al codice Morse per ragionare sul modo in cui il linguaggio visivo può codificare e trasmettere informazioni, o Inverted Americas (2017), dove si confronta con il famoso disegno América Invertida di Joaquín Torres García, mettendo in discussione concetti di identità e territorio, e riconsiderando le relazioni tra centro e periferia, sia geografiche che culturali.
L’opera è una potente meditazione sull’arte come strumento di contestazione e ridefinizione, capace di sfidare i significati preesistenti e creare nuovi spazi di riflessione.