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Roam rise

Nari Ward

Nari Ward (St. Andrew, Giamaica, 1963)

Roam rise, 2012

Carrello della spesa, bambù, pneumatico, lampadario, mattone, argilla

250 x 80 x 110 cm

Donazione di Anna e Giorgio Fasol – AGIVERONA

Polo di Santa Marta – Piano Interrato, Corte Ovest

Con Roam rise (2012), Nari Ward trasforma un carrello della spesa (simbolo della precarietà urbana e del nomadismo quotidiano) in struttura totemica assemblata con materiali di scarto trovati nelle strade del quartiere di New York in cui risiede, Harlem: bambù intrecciato, un pneumatico logoro, un lampadario sfarzoso, un mattone grezzo e argilla modellata. Questi residui, detriti di un consumismo sfrenato che ogni giorno produce e scarta, vengono così elevati a reliquie cariche di memoria storica, politica e spirituale, evocando migrazione, diaspora e resistenza comunitaria. Il titolo gioca sull’assonanza tra le espressioni “roam rise” (vagabonda e sorgi) e “Rome: arise!” (Roma: risorgi!) suggerendo un movimento perpetuo di ricerca e rinascita. Ogni elemento di questo assemblage porta con sé significati possibili: il bambù, materiale resiliente e strettamente legato a molte tradizioni caraibiche, introduce una dimensione diasporica e transculturale; lo pneumatico allude a una mobilità precaria, a spostamenti forzati o intermittenti; il lampadario evoca un lusso ironico, che si sovrappone a condizioni di marginalità; il mattone e l’argilla rimandano alla dimensione dell’abitare. La giustapposizione sincretica di questi elementi genera un ibrido tra installazione e feticcio quasi “tribale”, capace di riflettere le tensioni razziali, economiche e identitarie del contesto statunitense contemporaneo, da sempre al centro della ricerca di Ward, che interroga il paesaggio sociale di Harlem e la storia della diaspora afrodiscendente. Come in altre opere della serie dei carrelli della spesa, da Crusader (2012) a Manhole (2008), Roam rise infonde nei found objects una fitta stratificazione socio-storica, trasformando il rifiuto urbano in un commento critico su identità, potere e comunità, e confermando il ruolo centrale dell’assemblage come strumento di lettura e reinscrizione politica dello spazio pubblico.