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Still da video

Invernomuto

Invernomuto (Piacenza, Italia, 2003)

Still da video, 2014

Dispenser per bevande, stampa digitale su plexiglass

157 × 75 × 78 cm

Donazione di Anna e Giorgio Fasol – AGIVERONA

Polo di Ca’ Vignal 3 – Pianerottolo Piano 1

Still da video è un distributore di acqua (non potabile), simile a quelli presenti nei corridoi di spazi pubblici o luoghi di lavoro o ambienti di aggregazione. Sul fronte del distributore è rappresentata Addis Abeba, in particolare il sito situato di fronte alla residenza imperiale, dove l’esercito italiano collocò un monumento a forma di scala durante la campagna coloniale fascista.  

In seguito alla sconfitta degli occupanti, l’ultimo imperatore d’Etiopia, Hailé Selassié I, compì un’operazione concettuale: i quattordici gradini che indicavano gli anni di dominio del regime, furono trasformati in un piedistallo destinato a ospitare una scultura raffigurante un piccolo leone, simbolo dell’Etiopia. Oltre all’immagine iconica scelta per il fronte del distributore, particolare rilevanza assume anche il contenuto del distributore, che all’occorrenza dispensa bottiglie di acqua contaminata, non potabile, proveniente dal Mediterraneo.  

L’opera fa parte del ciclo Negus, un ampio progetto cross-mediale realizzato tra il 2011 e il 2016, in cui Invernomuto esplora la convergenza tra storia, mito e magia attraverso molteplici linguaggi. Il progetto trova il proprio nucleo concettuale nell’omonima pubblicazione del 2014, edita da Humboldt Books, e un ulteriore sviluppo nel documentario del 2016. Ogni elemento del ciclo contribuisce a espandere,  ridefinire e informare la ricerca. Negus trae origine da un preciso avvenimento storico risalente all’epoca dell’occupazione italiana in Etiopia, tramandato nella tradizione orale di Vernasca, paese natale dei due artisti. Nel 1936, un soldato ferito fu costretto a fare ritorno nel piccolo comune in provincia di Piacenza. Per festeggiare il suo rientro la comunità organizzò una celebrazione festosa ma al contempo ambivalente, che assunse la forma di un rituale durante il quale venne bruciata, nella piazza del paese, l’effige di Haile Selassie I, ultimo Negus di Etiopia. In Italia, durante il governo fascista di Mussolini, Selassié fu ritratto come un diavolo nero, giustificando l’invasione italiana dell’Etiopia, e il termine “negus” entrò nell’immaginario e nel vocabolario comune per designare una persona dal ridicolo aspetto vistoso, trasandato e goffo. Nello stesso periodo, però, il culto rastafariano stava emergendo in Giamaica e rivendicava Selassié come il loro Dio vivente e il Cristo nero risorto. Negus è alimentato dal vuoto tra queste due realtà inconciliabili. Il progetto segue in partenza la traccia biografica dei due artisti, che avviano la ricerca con una serie di interviste agli abitanti di Vernasca che furono testimoni del fatto, ma immediatamente si espande e cresce congiungendo il comune piacentino, l’Etiopia e la Giamaica, secondo un percorso a due vie: alcuni momenti cruciali del passato coloniale italiano sono posti in relazione con le simbologie della tradizione rastafariana. In questo senso, un’altra figura centrale e iconica nel ciclo è Lee ‘Scratch’ Perry – padrino della musica dub e architetto dei suoni fondamentali del reggae – che nel film del 2016 assume una doppia presenza: si aggira come un fantasma spirituale sulla Black Ark, il suo ex studio di registrazione a Kingston, in Giamaica, che lui stesso ha bruciato negli anni Ottanta, e come maestro della cerimonia rituale del fuoco eseguita in Italia per rievocare lo spirito dell’ultimo imperatore dell’Etiopia. Il film segue una struttura circolare e i suoi luoghi (Italia, Etiopia e Giamaica) sono costantemente mescolati. La sua forma intrecciata rispecchia le direttrici di ricerca del progetto e le sue diverse anime materiali, insistendo sul fatto che le traiettorie delle comunità, delle ideologie e delle mitologie non sono mai vettori unidirezionali, ma esistono sempre nella complessità di infinite retroazioni e ricorsi. Negus si configura così come un ciclo in progress, un’opera “continua”, un percorso che continuamente conduce la ricerca verso la sua stessa rigenerazione: nato come un progetto filmico, ha dato vita a opere scultoree e installative, performance di suono e immagine in movimento, edizioni, una pubblicazione. 

Still da video fa parte di questa ecologia di opere ed emanazioni del progetto Negus.Tra il 2011 e il 2016, il ciclo ha prodotto più di una dozzina di opere e articolazioni formali, ognuna delle quali ha contribuito ad amplificare e complicare la ricerca, generando nuovi livelli di senso e nuovi supporti. In questo orizzonte, la mostra Negus a Marsèlleria (Milano, 2014) rappresenta un punto di svolta, non tanto come semplice momento espositivo, quanto come spazio di attivazione produttiva. È in questo contesto che nasce Still da video, concepito non solo come oggetto scultoreo ma come dispositivo relazionale, capace di condensare una pluralità di livelli narrativi e storici all’interno di una forma apparentemente funzionale e quotidiana. La mostra a Marsèlleria ha funzionato come una sorta di laboratorio espositivo, dove l’opera è stata presentata insieme ad altri materiali visivi e sonori del progetto in corso, contribuendo a configurare un sistema aperto e rizomatico in cui ogni elemento agisce come snodo, propagazione o eco dell’intero ciclo. Qui, Still da video assume un ruolo cardinale: non soltanto veicolo di immagine e contenuto, ma portatore di tensione simbolica e ambiguità formale, in grado di attivare nello spettatore uno slittamento percettivo tra documento e finzione, tra storia e materia. La mostra ha quindi rappresentato una fase generativa, più che rappresentativa, del ciclo Negus, fungendo da catalizzatore di forme e idee che avrebbero poi trovato ulteriori sviluppi nel documentario del 2016, nelle performance e nelle successive declinazioni editoriali e installative. Più che un esito, si configura come un momento di passaggio: occasione di montaggio, nel senso cinematografico e concettuale del termine, da cui le traiettorie visive, sonore e mitologiche del progetto si sono ulteriormente propagate, intrecciandosi fino a dar luogo a una costellazione viva di opere interconnesse.