The glamorous Marlene Dietrich performs Pete Seeger “where have all the flowers gone?”
Conrad Ventur (Seattle, Washington, 1977)
The glamorous Marlene Dietrich performs Pete Seeger “where have all the flowers gone?”, 2008
videoproiezione su mirror ball, 4’40’’
Donazione di Anna e Giorgio Fasol – AGIVERONA
Polo di Santa Marta – Piano Secondo, Sala 1 Ovest
The glamorous Marlene Dietrich performs Pete Seeger “Where Have All the Flowers Gone?” (2008) appartiene alla serie di lavori in cui Conrad Ventur rielabora materiali d’archivio legati a figure iconiche della cultura del Novecento, sottoponendoli a processi di moltiplicazione, rallentamento e reinscrizione spaziale.
Il punto di partenza è un video del 1972 in cui Dietrich interpreta il celebre brano pacifista di Pete Seeger: una performance televisiva eseguita sul finire della sua carriera, già intrisa di stratificazioni storiche e affettive, che Ventur sottrae al contesto originario per reinserirla in un ambiente installativo immersivo. Il materiale filmico viene dapprima elaborato digitalmente (moltiplicato e animato con diversi software) e quindi trasformato in una sorgente luminosa per una videoproiezione su mirror ball. L’immagine della cantante, isolata e serializzata, viene frammentata dalle superfici specchianti della sfera rotante in una costellazione di “piccole Dietrich”, ognuna delle quali occupa un singolo tassello del mosaico riflettente. Il volto che canta, ridotto di scala e ripetuto centinaia di volte, si scompone e si ricompone in un pulviscolo di proiezioni che investono le pareti, il pavimento e il corpo degli spettatori, trasformando lo spazio espositivo in un campo immersivo di luce e movimento. La durata contenuta del video (4’40’’) e la natura ciclica della proiezione accentuano la dimensione ipnotica del lavoro: la canzone si ripete, l’icona ritorna incessantemente, ma sempre in forma differita e frammentata. La mirror ball, dispositivo tipico della cultura disco e della spettacolarità notturna, introduce una tensione fra il carattere intimamente elegiaco del brano e l’estetica dell’intrattenimento, come se la memoria della protesta pacifista venisse rifratta attraverso i codici della cultura pop e queer. In questo slittamento, la figura di Dietrich, già segnata da una lunga tradizione di appropriazioni e identificazioni, si offre come superficie di proiezione letterale e metaforica, al tempo stesso oggetto di culto e immagine instabile.