Two ways to build a fence
James Yamada (Bat Cave, North Carolina, Stati Uniti 1967)
Two ways to build a fence, 2003
Stampa cromogenica su archivio di cristalli fuji
80 x 80 cm
Edizione 2/3 + 1 prova d'artista
Donazione di Anna e Giorgio Fasol – AGIVERONA
Polo di Ca' Vignal 3 – Corridoio primo piano
Two ways to build a fence (2003) di James Yamada condensa in forma relativamente minimale un nucleo tematico ricorrente nel lavoro dell’artista: i conflitti interni alla cultura capitalista e, più nello specifico, la tensione tra natura e progresso tecnologico, letta in termini di crisi dei ritmi biologici e dell’etica del vivere contemporaneo. Come recita il titolo, l’immagine mette in scena “due modi di costruire una barriera”: da un lato l’uccellino che preleva fibre naturali (in questo caso un fiore) per costruire il proprio nido, dall’altro l’uomo che dispone di una molteplicità di soluzioni tecniche per chiudere e proteggere il proprio spazio vitale.
In linea con altre sue opere fotografiche, Yamada costruisce una sorta di “architettura quotidiana” disponendo con cura gli elementi della scena, per poi attendere che un evento naturale (come l’arrivo di un piccolo animale, un insetto, un uccello) intervenga a “completarla”. Il dispositivo si fonda su una paziente osservazione e su una regia quasi invisibile: l’artista predispone un set di oggetti semplici (pane, plastica, elementi artificiali e naturali), ma lascia che sia il caso o l’imprevedibilità del comportamento animale a introdurre quell’elemento di scarto che anima la composizione. In Two ways to build a fence questa logica si traduce in un confronto implicito tra la costruzione animale del nido e la costruzione umana della recinzione, dove la stessa idea di “barriera” assume valenze etologiche, psicologiche e politico-sociali.
La fotografia lavora così su un doppio registro: da un lato mostra un gesto naturale e “necessario”, quello dell’uccello che raccoglie materiale per assicurare sopravvivenza e protezione; dall’altro allude alla proliferazione di recinzioni, dispositivi di chiusura e sistemi di controllo che caratterizzano l’habitat umano nella tarda modernità. In questo senso, il lavoro dialoga con la più ampia riflessione di Yamada sulle contraddizioni tra natura e progresso scientifico in un sistema globale accelerato, che produce un inarrestabile declino sia sul piano biologico sia su quello morale in una società consumista e frenetica. La “fence” del titolo può essere letta tanto come struttura fisica quanto come metafora dei confini (visibili e invisibili) che regolano accesso, esclusione, sicurezza e isolamento.
Sul piano formale, la scelta della stampa cromogenica su supporto fotografico di alta qualità e l’attenzione alla luce e alla composizione rafforzano l’ambiguità percettiva tra naturale e artificiale: il confine tra i due regni è volutamente sfocato, e la configurazione simbolica resta aperta alla prosecuzione di senso operata dallo spettatore. Questo approccio, che la critica ha descritto come centrato sulla costruzione di “architetture quotidiane” e sulla sollecitazione dello sguardo più che sull’effetto spettacolare, rende Two ways to build a fence un nodo significativo nella produzione di Yamada dei primi anni Duemila, in dialogo con i lavori presentati nella mostra Miss.Understood presso la galleria Raucci Santa Maria di Napoli (dove è stata acquisita da Giorgio e Anna Fasol insieme ad altri due lavori della stessa serie) e, più in generale, con le mostre che ne hanno tematizzato il rapporto fra natura, tecnologia e sistemi di controllo.